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Una serie di innovazioni ad alto potenziale stanno per rivoluzionare la più tradizionale e diffusa tecnologia di identificazione automatica, quella in HF.
Dopo anni di titoloni sui giornali, anche non specializzati, l’RF-ID sembra sparito dallo schermo radar dei media e di conseguenza del pubblico generico ma interessato a quello che succede attorno a lui.
Un po’ c’entra “la durata dell’attenzione” dei media, sempre più breve, ma anche il fatto che le applicazioni che sembravano quelle a maggior impatto si sono scontrate con limitazioni tecnologiche e di costo apparentemente insormontabili.
La tecnologia più diffusa dell’RF-ID, quella che opera in banda HF a 13,56 MHz, pur rappresentando la metà del valore di mercato, sembrava quindi in procinto di dovere lasciare il passo ad altre soluzioni per una serie di proprie caratteristiche: massimo un metro di distanza utile di lettura, difficoltà a leggere diverse tag vicine tra di loro, sensibilità alla vicinanza di umidità e metallo, complessità e costi difficilmente comprimibili.
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Particolarmente favorita era quella in banda UHF di tipo passivo, ossia dove la tag si attiva solo quando è interrogata dal lettore, e che in Italia è arrivata da poco e solo dopo che sono state liberalizzate le frequenze da 865 a 868 MHz, prima riservate a uso militare. Sviluppi avutisi nel corso dello scorso anno, sommati alla maturazione di tecnologie esistenti da tempo, stanno però portando a un cambio radicale di prospettive, che, è questo è quanto realmente importante, rivoluzioneranno no solo i destini dell’ HF ma di tutta l’RF-ID.