Lettere: ''Muore Ipse 2000: come crolla la fiducia tra lavoratori ed istituzioni''

Inserito da: Redazione, Mer, 29/10/2003 - 23:00
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Lettera ad  una azienda mai nata
Muore Ipse 2000: come crolla la fiducia tra lavoratori ed istituzioni

Sono Enrico Maria Ferrari, giornalista ex-impiegato nell'ufficio stampa di Ipse 2000, una società di UMTS (insomma come quelli della "3" che si vede in tv).
Il 13 giugno era un venerdì: su queste cose Umberto Eco dice: "la superstizione porta sfortuna".
Concordo.
Il 13 giugno siamo stati messi in mobilità, 109 su circa 120 dipendenti, e questa lettera è una riflessione, assolutamente personale e giustamente non condivisibile dai miei colleghi, sull'economia e la fiducia: non ho intenzione di fare il patetico con cose tipo posto perso, i creditori alla porta ed i figli al collo piangenti (che pure sono realtà per molti miei colleghi). Ipse 2000 non è la solita piccola società che ha fatto il passo più lungo della gamba ed è fallita perché non ha voluto spendere qualche migliaio di Euro: ha comprato dallo Stato italiano una porzione di cielo per trasmettere con i telefonini, spendendo alcuni miliardi di euro, non bruscolini.
Azionisti e nomi importanti e grandi sono dietro ad Ipse; il colosso spagnolo Telefonica, Banca di Roma, Sonera, Beghelli, nomi così. Gli impiegati, la maggior parte dei quali laureati, sono tutti professionisti del settore, tutti molto bravi, non stiamo parlando di nullafacenti che mirano solo al 27 del mese, ma di gente che quando serviva lavorava 12-14 ore al giorno.
Assunti di fretta, pagati di più di quanto valessimo sul mercato, siamo partiti pochissimi anni fa di gran carriera. Arriva come Presidente l'ex Direttore Generale Rai Piero Celli, simpaticissimo (sia detto senza ironia), clima da grande famiglia, mensa che sembra un ristorante, feste aziendali sfrenate; vai, spacchiamo il mondo, siamo i migliori.
Io ho lavorato, forsennatamente, tre mesi dalla data della mia assunzione: poi gli azionisti hanno detto stop, l'azienda non parte, nessun prodotto viene lanciato, aspettiamo tempi migliori.
Che non sono mai arrivati; dopo quei tre mesi ho passato un anno e mezzo a giocare col PC e lavorare un paio d'ore a settimana, ed io sono fra quelli che durante il periodo di stop ha lavorato di più.
Tra trasferimenti in sedi più economiche, tagli a spese voluttuarie o meno ed incentivi a dimettersi, da 600 che eravamo siamo rimasti in poco più di 100, fino all'epilogo della mobilità.

Sulle cause del crollo potremmo parlare a lungo. Dalla dissennata politica di assunzioni (manager trentenni con stipendi da Amministratori Delegati) a scelte strategiche sbagliate, ma non sarebbe neanche giusto: io sono stato assunto e ben pagato anche grazie a quella "dissennata politica", decenza vuole che non possa lamentarmi di questo. Come al solito finchè tutto andava bene eravamo tutti contenti, coi nostri telefonini elargiti a pioggia con illimitata facoltà di chiamare, computer portatili, macchine aziendali per i quadri; diciamocelo francamente, noi impiegati eravamo trattati più che bene, anche se ci sono i dovuti distinguo, molti non hanno goduto neanche di questo iniziale Bengodi, e comunque lo spreco iniziale di cui abbiamo goduto non può giustificare l'assoluta mancanza di strategie da parte dell'azienda. Di questo fallimento qualcuno dovrà pure averne colpa.
Allora prendiamocela con gli azionisti che, come accaduto spesso nella new economy, hanno versato 10 sperando di guadagnare in breve tempo 1000, e defilandosi quando la crisi è arrivata: gli ingenui sperano ancora di rifarsi almeno dell'investimento fatto. Ci licenziano per risparmiare 100 stipendi quando a causa di fideiussioni bancarie dovranno ancora a lungo sborsare centinaia di milioni di euro. Però i tanto bistrattati azionisti ci hanno pagato lo stipendio (e tutti gli altri benefit) fino ad oggi, onestamente Telefonica e soci ragionano da imprenditori, vedendola nella loro ottica potevano chiudere ben prima baracca e burattini, avevano tutti i mezzi per rovinare i dipendenti già da tempo. Resta da capire chi li ha consigliati di spendere seimila miliardi di lire per poi ritirarsi tre anni dopo, senza poter pagare 100 stipendi.
Prendiamocela coi dirigenti allora, superpagati, giovani e forse inesperti; non hanno saputo valutare la situazione per quello che era, una bolla pronta ad esplodere. Eppure umanamente sono state le persone più affabili e disponibili che abbia mai conosciuto, da Celli all'attuale A.D. in giù, non si sono mai comportati come Rockerduck: hanno salvato (di nuovo lo dico senza ironia) il salvabile, tentando ricollocazioni, aiuti, dilazioni. Comportamenti ambigui ci sono stati, per carità, da promozioni in tempo di mobilità fino all'ultimo giorno vissuto con i vigilantes che non ci facevano entrare in azienda (a causa però di precedenti atti di vandalismo). Ma comunque tutto si è svolto secondo una logica aziendale, veniamo anche liquidati con parecchie mensilità e di fronte a mobilità ben peggiori di metalmeccanici non posso non riconoscere le differenze. L'azienda ha fatto il suo gioco, cinicamente, tutto qui.
La colpa allora è dello Stato? Ha venduto ad un'asta miliardaria delle licenze mettendole in bilancio nella Finanziaria, salvo poi irrigidirsi su un capitolato aggiuntivo (Ipse aveva chiesto di restituire parte delle frequenze risparmiando parecchi soldi) e determinando di fatto la crisi. Non ha indagato sul fatto che una società ferma non avrebbe mai potuto rispettare gli obblighi della licenza comprata. Se l'è presa con la dissennata asta miliardaria organizzata dal governo di sinistra, anche se al tempo la destra affermò l'esatto contrario, che si era cioè intascato troppo poco. Alla fine siamo stati messi in mobilità, nonostante da destra e sinistra avessimo avuto indicazioni, direi quasi promesse, esattamente contrarie.
Eppure il Governo sta seguendo i lavoratori, Gasparri ha fatto dichiarazioni importanti in questo senso, non c'è stata indifferenza agli appelli, ci sono stati atti concreti, forse la generosa buonuscita che ci verrà data è frutto anche di questa trattativa. Il Senatore Falomi (DS) tempesta di mozioni il Governo, nell'accordo di mobilità c'è anche un impegno governativo a favorire il ricollocamento, che forse vale poco ma è pur sempre sottoscritto da un Governo. Onestamente da Governo ed opposizione non possiamo dire di essere stati dimenticati, anche se siamo comunque finiti in mobilità ed è forte il senso di tradimento rispetto alle belle parole sentite.
E prendiamocela allora con i concorrenti sul mercato. Con H3G che ha lanciato la "3", la quale avrebbe potuto allearsi con noi sulla faccenda della restituzione delle frequenze, risparmiando anche lei qualche miliardo (di euro), invece di irrigidirsi.
Ma nonostante tutto la salvezza arriverà forse proprio dagli odiati concorrenti: Ipse 2000 aspetta di vendere od affittare le sue frequenze. Il concorrente, in questo caso, potrebbe, trattando sul prezzo, prendersi anche i dipendenti "mobili", salvando così capra e cavoli.
Tutti colpevoli e tutti assolti, quindi, e forse addirittura tutto finirà bene, se verremo ricollocati, come nelle migliori tradizioni del "tutto s'aggiusta" sui cui si fonda l'Italia.

E allora, alla fin fine, di che mi lamento?

C'è sicuramente il fatto per 100 professionisti di vivere la mobilità come una sconfitta personale, un marchio d'infamia, una mazzata per la propria autostima, quasi quasi pensiamo che tutto sommato sia stata colpa nostra. Ma non è solo questo.
C'è che questa vicenda ha rotto un giocattolo, una mia sicurezza psicologica. Una sicurezza che mi faceva sempre sentire orgoglioso dell'azienda per la quale lavoravo (fosse Ipse o altre), difendendola alla giapponese, ed appoggiandone qualsiasi scelta strategica.
Io, figlio di imprenditori e con feroce antipatia per tutto ciò che contenga la parola "sindacale", mi ritrovo oggi iscritto ad un sindacato, a discutere di diritti (io che ero felice di aver dei doveri verso il mio datore di lavoro) di cause di lavoro, di striscioni scritti in terribile gergo sessantottino.
Oggi, grazie a questa vicenda, crolla la mia fiducia nell'Azienda come istituzione sociale, come surrogato di mamma che si prende cura di me perché ha scelto di puntare sui miei talenti, e per la quale sento dei doveri di gratitudine morale.
Crolla il rapporto biunivoco tra me e l'Azienda (intesa come ente fondamentale di una società basata sul lavoro) alla quale da oggi non sento più di dovere alcun obbligo ma sento di pretendere solo diritti.
Crolla il presupposto che mi ha impedito fino ad oggi di portarmi via la carta della fotocopiatrice (invero, confesso, qualche penna l'ho rubata) o di usare il telefono aziendale senza alcuna remora. Non sono un santo: i piccoli trucchi per entrare in ritardo e sfruttare qualche risorsa aziendale a fini personali li ho adottati anche io.
Io lo sapevo, l'azienda-mamma lo sapeva, è un vecchio gioco delle parti. Però fino ad oggi ero convinto che ci rispettassimo a vicenda. La mamma sa quando il figlio ruba le caramelle, ma finché sono piccole marachelle non lo sgrida.
Da oggi no, non c'è più la fiducia in alcuna azienda futura che mi assumerà, riterrò nullo il tacito patto di rispetto tra me e mondo del lavoro: riterrò logico entrare negli uffici e fregarmi un posacenere, far finta di lavorare lamentandomi di inesistenti oneri, far causa all'azienda per un bidet malfunzionante, rigare l'auto del dirigente, allearmi con i sindacati mirando alla rovina del mio Amministratore Delegato.
Io sono presuntuoso e bravo, credo che se anche finissimo licenziati me la saprò cavare, non sto a lamentarmi perché "tengo famigghia", non è questo il punto.
Io e la società del lavoro, da oggi, da vecchi amici siamo diventati due cani che si guardano con grande sospetto, ringhiando.
Come dite? Funzionano così, da sempre, i rapporti in Italia nel mondo del lavoro?
Ho scoperto l'acqua calda?
E va bene, siamo il paese della pasta: ed allora buttiamoci due spaghetti dentro a quest'acqua calda, che tanto abbiamo il sole ed il mandolino.
E chissene frega di tutto.

Enrico M. Ferrari
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